01 Giugno 2021

Lo Yoga a 360 gradi

Lo so che lo avrete sentito dire tante volte e che spesso lo yoga viene indicato come una pratica curativa contro il mal di schiena, l’insonnia, la sciatica e cosi via. Dunque viene colto quasi sempre la parte esterna dello yoga.

E’ vero che può aiutare, e’ corretto dire che una parte dello yoga può effettivamente combattere alcuni dei problemi menzionati prima. 

Pero’ e’ doveroso far capire ai nostri yogini che praticano con noi, che aiutare quel dolorino alla bassa schiena cosi comune ma cosi fastidioso, non e’ l’unica cosa a cui fa bene lo yoga. E’ corretto spargere la notizia che c’e tanto altro. E questa responsabilità la abbiamo noi insegnanti e dobbiamo diffondere tutto cio’ che lo yoga offre.

Mi piace partire dalle origini; lo yoga risale a 4000-5000 anni fa, quando furono trovate le prime raffigurazioni che possono essere collegate allo yoga, i Pashupati Seals- più che altro per le posizioni del corpo.

Da li, tra i Vedas e gli Upanishads, scritture antiche dove la parola yoga viene menzionata tra canti e riti filosofici, la vera definizione arriva nel Katha Upanishad, dove lo yoga viene descritto come la pratica per controllare i sensi. 

E questa definizione verra’ seguita e resta fedele fino ai giorni d’oggi. 

Dunque, se lo yoga aiuta a controllare e a azzerare i sensi e la mente, quali sono i mezzi per farlo precisamente? 

Nel libro più famoso nel mondo dello Yoga, gli Yoga Sutras di Patanjali, esso sostiene che ci sono 8 step da seguire per arrivare alla vera felicita’ e allo scopo finale dello Yoga.

I primi 4 possono essere considerati più “visibili”, pratici e rivolti all’esterno. Gli ultimi 4 sono rivolti all’interno di noi, e’ un lavoro sottile e non visibile.

Ma partiamo proprio dal primo punto e cioè gli Yamas, già menzionati in passato in precedenti post. 

Gli Yamas sono 5 e sono accortezze verso il prossimo e verso il mondo esterno; ahimsa, satya, asteya, brahmacharya e aparigraha. In ordine e senza soffermarmi tanto su essi, significano gentilezza, verità, onesta’, moderazione e rinuncia. Il secondo punto sono gli Niyamas, cioè piccoli gesti verso noi stessi; sauca, samtosa, tapas, svadhyaya e isvarapranidhana. I significati sono purezza, contentezza, disciplina, lo studiare e il sottomettersi al Supremo.

Sia gli Yamas che gli Niyamas e’ fondamentale seguirli durante tutta la vita, giorno dopo giorno deve diventare automatico vivere secondo di essi. Infatti, se si e’ capaci con la pratica fisica e visibilmente avanzati in pose difficili, ma si e’ bugiardi e si e’ cattivi con il prossimo, non si potrà mai praticare Yoga- diventa sola ginnastica.

Dunque questi due punti e a loro volta i 5 punti all’interno di essi sono le basi, infatti sono al primo e secondo posto della classifica degli otto punti degli Sutras.

Lo yoga che e’ “visibile” a tutti noi, quello a cui pensiamo il primo momento in cui ci viene menzionata la parola Yoga, cioè quello delle pose sul tappetino, e’ la parte degli Asana, il terzo punto.

Asana e’ la parte fisica, dove tramite pose più o meno complicate- in piedi, seduti, a testa in giu o altro- si aiuta il passaggio del Prana, cioè l’energia vitale. Oltre a questi asana si possono aggiungere i Mudra (posizioni delle mani), Bandha (lucchetti energetici del corpo, come per esempio tirare incentro la pancia e portare l’ombelico in su trattenendo il respiro) e cantare Mantra specifici, sempre per lo stesso scopo.

Il quarto punto sono le tecniche di Pranayama, cioè di respirazione. Il controllo del respiro anche qui aiuta a far fluire il Prana in punti specifici del corpo senza trovare ostacoli all’interno di esso. Serve a liberare il corpo da possibili ostacoli.

Il Pratyahara e’ il quinto punto e si può pensare che sia il “ponte” tra i primi quattro e il resto, cioè tra le tecniche esterne a quelle interne che seguiranno. Pratyahara significa letteralmente il ritiro dei sensi. Fino ad ora abbiamo visto come le tecniche si concentravano all’esterno e al corpo fisico, mentre ora sarà tutto rivolto all’interno di noi, alla mente e all’anima. Questo forse e’ il meno conosciuto degli otto passaggi di Patanjali ma non il meno importante. I sensi vengono visti come delle distrazioni, continui stimoli che tolgono l’attenzione a ciò che e’ veramente importante; noi stessi. Se si riescono ad azzerare i sensi verso l’esterno e a rivolgere la loro attenzione all’interno, lo scopo del Pratyahara e’ raggiunto. 

Inoltre, non si può passare diretti dall’asana alla meditazione finale, si farebbe un salto troppo grande e non si riuscirebbe ad avere un corretto controllo della respirazione e della mente che si ha nel Pranayama e Pratyahara.

Il sesto e settimo punto sono simili, cioe Dharana e Dhyana e sono complementari. Il primo e’ definibile come concentrazione e il secondo punto e’ meditazione, cioè un Dharana più duraturo. Quando si e’ concentrati per un lungo periodo si arriva allo step successivo della meditazione, Dhyana. 

L’ottavo ed ultimo punto dei passi da fare e’ chiamato Samadhi, lo scopo di tutti gli Yogi. Chi riesce ad arrivare in uno stato di Samadhi, raggiunge la realizzazione e riuscira’ ad entrare in comunione con ciò che lo circonda e con l’universo stesso. Inoltre, fondamentale e’ distogliersi completamente dal proprio Ego e vedere il mondo dall’esterno. E questa e’ la differenza principale con i due stadi precedenti, Dharana & Dhyana. Chi ottiene questo stato di contemplazione e meditazione profonda ha ottenuto la totale realizzazione del Se. 

Dunque, questi 8 stadi di Patanjali sono fondamentali per chi pratica, non si puo’ solamente avere la pratica di Asana senza essere a conoscenza degli altri. 

Proprio per questo motivo considero lo Yoga cosi completo; fa bene al fisico, fa bene al cuore e anche all’anima. 

Si inizia ad avere un tipo di vita seguendo alcune “regole” dalla mattina alla sera e io ho notato sulla mia pelle che ciò che si impara principalmente e’ osservare ed essere a conoscenza di se stessi. Più studio la filosofia e la storia dello Yoga e più imparo a diventare un’osservatrice e non un giudice delle situazioni. In questo modo ho imparato a distaccarmi emotivamente e a farmi coinvolgere meno dalle aspettative. Anche se alcune emozioni non le potrò e saprò controllare, ho imparato ad osservarle e capire con che frequenza e in che modi i pensieri si manifestano. Per esempio ho iniziato a notare cosa mi passa in mente quando sono in una posa, asana, più difficile per il mio corpo; cosa mi dice la testa, di scappare dal dolore o di perseverare? Provo compassione per il mio corpo?

E qui termino sottolineando che chi pratica e chi e’ a conoscenza degli 8 limbi di Patanjali non significa che abbia in mente solo pensieri belli e felici, che non passi giornate No o che sia sempre sorridente- significa togliere il proprio ego dalle situazioni e diventare degli osservatori imparziali, sapendo che le emozioni negative passeranno.

La vita e’ come le montagne russe, momenti altri e altri bassi e se preso atto, si può affrontare con meno drammi e coinvolgimento. 

Con amore xx